giovedì 8 dicembre 2011

ITALIA. TERRITORIO, BANCHE E CARBONE. MANES L., Il carbone dell'UNICREDIT, IL MANIFESTO, 8 dicembre 2011

L'Unicredit negli ultimi cinque anni ha erogato oltre cinque miliardi di euro in finanziamenti destinati al settore dell'estrazione del carbone, il combustibile fossile che ha un impatto maggiore in relazione al fenomeno dei cambiamenti climatici.


A rivelarlo un rapporto presentato durante la conferenza dell'Onu sul clima in corso a Durban da alcune organizzazioni non governative internazionali, tra cui l'italiana Campagna per la riforma della Banca mondiale, coordinate dalla tedesca Urgewald. Lo studio, dal titolo Bankrolling Climate change, ha preso in esame il portafoglio prestiti dei 100 principali istituti di credito del pianeta. Dal 2005, ovvero da quando è entrato in vigore il protocollo di Kyoto, le banche hanno finanziato le 31 più importanti aziende estrattive e i più rilevanti 40 produttori di energia tramite carbone con una cifra di poco superiore ai 230 miliardi di euro.

Nella «speciale classifica» stilata dalle ong, l'italiana Unicredit si piazza quindicesima. Nelle prime tre posizioni troviamo tutte banche statunitensi: JP Morgan (16,5 miliardi), Citibank (13,7 miliardi) e Bank of America (12,6 miliardi). Nella top 20 sono annoverati anche istituti di credito di Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera, Cina e Giappone. Le ong definiscono queste banche, senza mezzi termini, «killer del clima».

Val la pena rammentare che le centrali a carbone hanno dei costi di realizzazione molto elevati. Per costruire un impianto in grado di produrre 600 megawatt servono almeno due miliardi di dollari: è chiaro che l'accesso al credito per le aziende del settore diventa un elemento fondamentale per continuare un business lucroso quanto inquinante. Non a caso tra il 2005 e il 2010 la portata dei finanziamenti è raddoppiata e, sostengono gli attivisti, qualora non si ponga un limite la crescita è destinata a continuare senza freno.

È senza dubbio singolare come tutte le banche ai primi posti di questa classifica abbiano sottoscritto in passato promesse molto ambiziose in termini di lotta ai cambiamenti climatici - tutte aderiscono a documenti di principio volontari che suonano molto bene evidentemente però disattesi dalla pratica quotidiana. I Carbon Principles e i Climate Principles, iniziative di natura volontaria, hanno così mostrato i loro limiti, proprio perché mancano qualsiasi tipo di vincolo: sono pure dichiarazione d'intenti senza alcun costrutto. O, peggio ancora, un utile strumento pubblicitario.
Nel caso dell'Unicredit, nonostante la banca abbia sottoscritto l'impegno di ridurre le sue emissioni di CO2, uno dei maggiori gas «di serra», del 30 per cento entro il 2020, continua a finanziare il business del carbone, e in particolare alcuni dei progetti più nefasti oggi sul mercato. Come ad esempio in Slovenia, dove la realizzazione dell'impianto TES6 vincolerà per i prossimi 40 anni ben l'80 per cento delle emissioni permesse al paese secondo gli accordi europei, sottraendo così soldi e opportunità per lo sviluppo del settore rinnovabile.

Secondo Bobby Peek, dell'organizzazione sudafricana Groundwork, «lo studio sbugiarda gli istituti di credito che con il loro operato stanno destabilizzando il clima, ma evidenzia come nuovi progetti minerari e di estrazione del carbone stanno trovando sempre più spesso una netta opposizione da parte delle popolazioni locali in tutto il mondo». Dopo le imprese, suggerisce Peek, è arrivato il momento di mettere pressione sulle banche, «nella speranza che prima o poi divengano degli attori climatici responsabili». Chissà se e quando tutto ciò succederà mai.

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