“I conflitti a cui stiamo assistendo sono il canto del cigno dei combustibili fossili: l’industria dell’oil and gas è alla fine. E quello che sta accadendo nel mondo ne mostra il livello di disperazione”. L’economista e saggista Jeremy Rifkin è a Roma per parlare del progetto Pianeta Acqua, nato dall’omonimo suo libro (pubblicato in Italia da Mondadori nel 2024) e ora adottato da molte città: oggi il Consiglio comunale della Capitale approverà una risoluzione secondo cui va radicalmente ripensato il nostro rapporto con il Pianeta che ci ospita, a cominciare dalla sua ridenominazione ufficiale come Pianeta Acqua. “La prima cosa da riconoscere è che non abbiamo una comprensione adeguata del luogo in cui viviamo”, spiega Rifkin. “Pensiamo di abitare su un pianeta fatto di terra e rocce. Mentre invece è composto soprattutto da acqua. Un equivoco che è il vero problema: ci ha indotti a credere di poter gestire tutto con un piano d'azione basato sull'estrazione mineraria, sull'era industriale, sulla cultura dei combustibili fossili. Ma ora è giunto il momento di cambiare questa dinamica”.
Le crisi in corso, dall’Ucraina all’Iran, dal Venezuela alla Groenlandia sembrano però segnare un ritorno al passato: il controllo dei territori per poterne gestire le risorse minerarie.
“Credo e spero che quello a cui stiamo assistendo in Medio Oriente sia l’inizio della fine di una vecchia visione del mondo. Anche perché questa visione non ci permetterà di sopravvivere come specie. Siamo già nel mezzo di un'estinzione di massa in tempo reale: gli scienziati ci dicono che potremmo perdere metà delle specie viventi sul Pianeta nel corso della vita di un bambino di oggi”.
Cosa pensa dell’Amministrazione Trump che non nasconde le sue mire sulla Groenlandia e ha cancellato molte delle norme sul clima scritta nell’era Obama e Biden?
“Non siamo politici e non ci occupiamo di politica. Ma collaboriamo con i governi. Lo abbiamo fatto in passato con la leadership cinese. E poi con l’Unione europea sul Green Deal. E anche con i dem statunitensi quando era presidente Biden: con il senatore Chuck Schumer il nostro team ha elaborato un piano da 17 trilioni di dollari in 20 anni, in cui ogni dollaro investito avrebbe prodotto un ritorno di 3 dollari sul prodotto interno lordo americano. Una parte di tutto questo ora è stata cancellata… Ma dobbiamo continuare a procedere verso una terza rivoluzione industriale, dopo le prime due basate rispettivamente su carbone e petrolio”.
Quali caratteristiche dovrebbe avere questa nuova rivoluzione?
“Tutto, dall’acqua all’energia, sarà distribuito e non centralizzato, come è accaduto invece con le rivoluzioni industriali precedenti. La rivoluzione energetica, per esempio, ci conduce verso il solare e l’eolico, che non si possono centralizzare. E anche l’attuale sistema idrico centralizzato, fatto di grandi dighe e invasi, è destinato a collassare con la crisi climatica: l’acqua sta finendo oppure sta straripando. Si va verso un'acqua distribuita e un sistema di microreti idriche, che la raccolgono e la distribuiscono… Per 6000 anni abbiamo adattato l'acqua a noi, oggi non possiamo più farlo”.
Non crede che la transizione energetica, negli Stati Uniti come in Europa, stia per essere archiviata al suono dello slogan “drill baby, drill”?
“Negli Usa l'88% delle infrastrutture è di proprietà degli stati, non del governo federale. E tutti gli stati repubblicani si stanno occupando di energia solare ed eolica”.
Che ruolo ha la scienza in tutto questo? Quella statunitense è sotto attacco…
“Aldilà delle politiche, c’è un cambio di paradigma in corso dietro le quinte. La scienza deduttiva e induttiva sviluppatasi con Aristotele e Bacone, ci ha permesso di raggiungere grandi risultati ma ci ha anche portati sull’orlo dell’estinzione: abbiamo imparato cosa c’era nella Natura, come estrarlo e come utilizzarlo per i nostri scopi. Ora si sta facendo largo un approccio completamente diverso, secondo il quale il Pianeta non è sostanza ma processo, un Tutto vivente che interagisce con ogni cosa, in ogni momento. E l'acqua è la chiave, è lei che determina tutto questo”.
È il motivo per il quale ritiene che occorra cambiare nome alla Terra?
“Sì, la prima cosa da fare è rinominare il Pianeta. E non si tratta di una operazione di marketing. Se tutte le città del mondo, nei loro statuti e regolamenti, lo chiameranno Acqua, invece che Terra, saranno poi obbligate a seguire una nuova agenda, che darà la priorità alle risorse idriche e alla vita”.
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